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L’urbanistica tecnica: costruire il piano comunale

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In moltissime regioni italiane la responsabilità di approvare in via definitiva e di far entrare in vigore lo strumento urbanistico generale d’ogni Comune, che in precedenza veniva assunta dalla Regione con Decreto del Presidente della Giunta regionale, oppure con Delibera di Giunta regionale, è stata trasferita direttamente al Comune che, tramite Delibera del Consiglio comunale, provvede ad approvare il piano e a far pubblicare il relativo provvedimento sul Bollettino ufficiale della Regione d’appartenenza.

Non sfuggirà a nessun attento osservatore delle cose pubbliche il fatto che, mentre in passato la Regione provvedeva addirittura a correggere di sua iniziativa (con le cosiddette modifiche d’Ufficio) i piani tecnicamente imperfetti, oppure non corrispondenti alla legislazione vigente, oppure dotati di soluzioni inaccettabili e criticabili sotto il profilo ambientale, oggi la Regione non si assume più tale compito lasciando tutte le responsabilità al Comune (certo, in talune situazioni anche alla Provincia, ma solo per alcuni aspetti limitati e senz’altro non per valutare la correttezza dell’intero piano).

Sicché, sotto il profilo delle responsabilità civili e penali, non risultando il Comune un’entità astratta e immateriale, ma essendo costituito da uomini che debbono rispondere in proprio e in solido rispetto alle azioni effettuate, a chi tocca allora la responsabilità di asseverare davanti agli organi decisionali (Assessore, Giunta, Consiglio comunale) il fatto che il Piano vada bene e sia approvabile? Chi deve accertare che il Piano sia congruente con gli aspetti tecnici, sia corrispondente alla legislazione vigente, sia ambientalmente sostenibile?

Non sembra esservi altra risposta: tocca in primo luogo al professionista (architetto, ingegnere, urbanista) incaricato di redigere il piano (e non c’è dubbio che, pur in assenza dei crediti formativi, che ancora non vengono richiesti a queste categorie per continuare a restare iscritti al loro Ordine, architetti, ingegneri e urbanisti debbano continuare a studiare per rimanere al passo con le più efficaci tecniche di redazione del Piano); ma pari responsabilità tocca anche al tecnico comunale che, dovendo esprimere un giudizio di legittimità, completezza tecnica, adeguatezza del Piano consegnato al Comune dal professionista incaricato, deve aggiornarsi sull’interezza degli aspetti scientifici più avanzati che tale Piano dovrebbe contenere.

Ma infine, per dirla tutta, un’ulteriore questione di importanza primaria va individuata nella riconosciuta crisi della disciplina urbanistica, il cui sintomo principale è rilevabile nell’attuale sua scarsa o debole capacità di incidere sulle politiche e sui processi riguardanti gli assetti territoriali e urbani, e nella conseguente domanda/necessità di un’urbanista da rinnovare/rigenerare nei suoi contenuti, metodi, tecniche e strumenti; vanno perciò ripensati i contenuti disciplinari della formazione innovando le figure professionali formate nei corsi di studio non solo rispetto alle nuove domande già esistenti, ma soprattutto perché siano in grado di concorrere al miglioramento della stessa domanda di politiche territoriali pubbliche e dei partner privati.

Insomma, professionista esterno al Comune e tecnico comunale debbono ambedue con pari impegno tornare a studiare, il primo per redigere un Piano che risolva (e il secondo per verificare che il Piano redatto dal primo effettivamente corrisponda a risolvere) i problemi di maggiore affanno dell’urbanistica attuale: come individuare gli spazi della città esistente da doversi riqualificare con più urgenza? Come valorizzare al meglio tutti gli interstizi della città esistente senza dover debordare fuori, generando un’antieconomica e avvilente città dispersa? Come migliorare le prestazioni dei servizi pubblici in essere, senza doverne creare di nuovi in una situazione economica così rovinosa com’è quella dei comuni attuali? Come conservare l’acqua, l’aria, il suolo in un contesto urbano che sembra invece volerli sprecare dissennatamente? come giudicare la sostenibilità ambientale del Piano? Come costruire un Sistema informativo territoriale? Come…? Come…? Come…?

Beninteso, oltre alle dettagliate modalità tecniche per rispondere a tali (numerosissimi) interrogativi, il libro (L’urbanistica tecnica. Costruire il piano comunale di Pier Luigi Paolillo, ed. Maggioli Editore) fornisce anche le “ricette” da imitare: sono i tre esempi di piani contenuti nel Cd allegato, tutti di comuni a dimensione medio/piccola (come la quasi totalità dei comuni italiani) e tutti dotati del loro corredo integrale di relazioni (riccamente illustrate tramite i più raffinati trattamenti informativi dei dati), al cui interno vengono esaurientemente spiegate le analisi, le procedure di sintesi, i modi per raggiungere i risultati, vale a dire il buon governo urbanistico dei suoli, del paesaggio e dell’ambiente.

A tutto questo il libro serve: l’autore (professore ordinario di Urbanistica nel Politecnico di Milano, con un curriculum che spazia dagli studi scientifici alle applicazioni sul campo) esorta gli urbanisti (siano dentro o fuori dai comuni, dentro gli studi professionali o nelle società di consulenza immobiliare, dentro gli organi pubblici di valutazione ambientale o dall’altra parte, come redattori di strumenti che debbano venire valutati) a continuare a studiare, anche fuori dai banchi universitari, costruendo buoni piani – per esempio come quelli ospitati nel Dvd del volume – per offrire un fattivo contributo a un Paese così disastrato come questo.


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