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Manovra, gli architetti contro lo “snaturamento” delle libere professioni

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“La bozza di legge delega sulla “liberalizzazione” delle professioni del Governo di Silvio Berlusconi, così come le passate  azioni e le odierne ripetute affermazioni del leader dell’opposizione Pierluigi Bersani e gli appelli del Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, conducono tutte ad uno stesso esito: lo snaturamento delle libere professioni.

L’obiettivo non sono gli Ordini che, pur con i limiti umani delle persone che li rappresentano, sono eletti democraticamente, forniscono un servizio a tutta la comunità a spese dei propri iscritti, sono istituzioni dello Stato che operano al di fuori di quelle logiche di partito che tanto danno stanno facendo al Paese.

L’obiettivo sono i nostri mestieri, mestieri liberi, intellettuali, radicati nella storia e nel reale, capaci di darci il pane mentre adempiamo un servizio utile ai cittadini.”

E’ questo un o dei passaggi della lettera, un vero e proprio Manifesto, che il Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori ha inviato ai membri del Governo ed ai capigruppo  di Camera e Senato.

“Ma il progetto del mondo politico italiano – continua la lettera –  non è investire nelle idee, nel talento e nelle capacità tecniche degli architetti italiani o delle altre professioni intellettuali: da oltre quindici anni la nostra classe politica, senza alcuna conoscenza della realtà del nostro mestiere e presa da un cieco furore ideologico o strumentale pervicacia, agisce con iniziative che danneggiano i cittadini e l’habitat.

L’abolizione dei minimi tariffari, senza adeguati correttivi, ha reso normali ribassi dell’80% sulle parcelle, sfruttando la condizione di crisi e le sempre piu’ drammatiche difficoltà economiche dei professionisti italiani.

Le regole puramente economiche sull’assegnazione degli incarichi nei lavori pubblici hanno emarginato ed espulso dal mercato i giovani e i “piccoli”, contro ogni criterio di merito; la scelta di escludere i professionisti da alcun sostegno fiscale o di credito nella crisi ha danneggiato, forse irreparabilmente, le fasce più deboli: giovani e donne.”

“Gli architetti italiani, che non hanno alcuna barriera all’accesso né limitazioni territoriali né impedimenti alla pubblicità, hanno chiesto di costituire le società tra professionisti ma è stato loro negato; di costituire reti interprofessionali, ma non vi sono le norme che lo permettono; di avere incentivi fiscali all’innovazione e all’internazionalizzazione, senza risultato.

Qualunque altro Paese del mondo sarebbe pronto ad investire sulla creatività e capacità di chi ha realizzato il “made in Italy”, di chi è pronto a mettersi in gioco con tenacia e senza paracaduti sociali, dei giovani talenti che invece vanno altrove, dove le idee sono la fonte dello sviluppo”.

“L’unico obiettivo della politica italiana – continua ancora –  sembra invece riposto nello smontare un sistema professionale che, pur con i suoi difetti, è fondato su pochi saldi principi di civiltà: l’etica professionale, la rappresentanza eletta democraticamente, la missione di difendere i principi costituzionali di salvaguardia dell’ambiente e promozione della cultura, la difesa dell’utente finale.

Si vuole imporre alla nostra libera professione di architetti il modello industriale e finanziario, con società anonime fuori dal controllo etico, con strutture che concorrono sulla base dei fatturati e non dei progetti, con organizzazioni di matrice industriale piuttosto che cooperativa che controllano il libero lavoro intellettuale, con approcci vetero-industriali che la Rete – così consona al nostro lavoro – ha mandato in soffitta da tempo.

Si vuole confondere la prestazione intellettuale e la commercializzazione del prodotto, come si è fatto – unici in Europa – con l’appalto integrato, con buona pace della difesa del consumatore”.

Nella lettera si sottolinea che “gli architetti italiani rifiutano questo approccio e questo metodo, incivile e anti-economico: noi da tempo abbiamo avviato il processo di adattamento al mercato globale e vogliamo, anzi pretendiamo, il rispetto dovuto a chi impegna il proprio intelletto e le proprie risorse tecniche ed economiche per contribuire allo sviluppo sostenibile dell’Italia, senza mai aver avuto il sostegno economico o fiscale dello Stato, pagandoci le nostre pensioni, impegnandoci con passione non solo a sbarcare il lunario, ma a difendere il paesaggio e a migliorare la qualità dell’habitat.”

“Per fare la Riforma – sottolinea il Consiglio Nazionale –  bisogna rendere il mercato realmente aperto all’affermazione del merito, smontando tutte le norme che mediante i valori di fatturato o le misure della quantità del lavoro svolto impediscono ai giovani talenti di affermarsi;rendere possibili le società interprofessionali, composte da iscritti agli Albi e l’attivazione di reti professionali italiane ed estere. Incentivare la ricerca e l’innovazione negli Studi, promuoverli sui mercati internazionali. Riaffermare e sostenere il ruolo dell’etica professionale, unico principio di civiltà capace di regolare il mercato”.

“Gli architetti italiani – conclude la lettera –  vogliono mantenere le loro idee e le loro matite libere dai condizionamenti di un sistema, come quello che ci vogliono imporre, basato esclusivamente sul conseguimento del risultato economico: vogliamo continuare a credere che possiamo predisporre progetti che faranno vivere un po’ meglio le persone e contribuiranno al benessere dell’Italia, anche se ciò non rientra nei programmi di un responsabile finanziario aziendale”.

 Fonte: Cnappc

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